A G. A., con affetto.

PREMESSA:

L’intervista riportata risale credo al 2007 e fu svolta dal sottoscritto; il soggetto passivo delle mie domande sciocche fu Giuseppe Ansaldi, eroico reduce della Seconda Guerra Mondiale e scampato all’eccidio di Cefalonia, forse il mio più importante concittadino. Giuseppe Ansaldi mi accolse alla Camera del Lavoro di Novi Ligure in un assolato pomeriggio di inizio settembre, con un sorriso stanco e un cuore pesante, alcuni mesi dopo il suo intervento al Liceo Amaldi che mi tagliò in due con poche parole cariche di dolore.

Riporto qua l’intervista perchè la “sento” e perchè il Sisu lui ce l’aveva davvero, e noi non ce lo avremo mai più.

Giuseppe Ansaldi, nostro concittadino di origini siciliane, fante della Divisione Acqui scampato per miracolo all’eccidio di Cefalonia del settembre 1943, compiuto dalla Wehrmacht nei confronti di 9000 soldati italiani, sembra non meravigliarsi nemmeno più, alla notizia che quest’estate il tribunale di Dortmund ha definitivamente archiviato l’inchiesta su quella che fu una delle più grandi stragi della Seconda Guerra Mondiale.

Sconsolato, Ansaldi si racconta volentieri, vuole che tutti sappiano, tutti conoscano quanto ha provato, quel fucile già puntato contro di lui, l’ordine di raccogliere le armi e bruciare i cadaveri dei compagni uccisi che gli salvò la vita, le sofferenze, la sporcizia e le malattie dei lager in cui fu poi condotto prigioniero, dalla Germania (sotto i nazisti) fino al Turkestan (catturato poi dai russi).

“Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la nostra unica reazione fu di gioia, perché speravamo che con la fine della guerra saremmo stati rimpatriati. Ma non fu così: i tedeschi ci offrirono una resa incondizionata e disonorevole per dei membri di un esercito regolare. E noi tutti, tra la vita e l’onore, scegliemmo il secondo”.

Il vecchio cuore di Ansaldi resisterà anche a chi ha sempre cercato e sempre cercherà di seppellire la verità su Cefalonia, a chi ha dimenticato l’eroismo di quei soldati italiani che scelsero la morte invece di chinare il capo al nazismo.

Al signor Ansaldi qualcuno obietterà un’adesione allo stato fascista, in quanto militare.

“Ero solo un ragazzo, l’intero 317° di fanteria di cui facevo parte era composto di giovanissimi, con esperienza bellica scarsissima e ben poca comprensione del momento storico: io avevo fatto un giuramento, volevo semplicemente difendere l’Italia, la mia Patria, non sono mai stato una camicia nera”

La critica a chi ha sempre considerato i martiri di Cefalonia come la parte “cattiva” della resistenza è evidente.

“Il nostro sacrificio per anni è stato ignorato dalle autorità italiane: la DC al governo, tramite i ministri Taviani e Martino, ha criminosamente nascosto a chiunque per decenni i documenti sulla strage, perché non giudicavano conveniente incriminare i cittadini di un Paese assieme al quale, tramite MEC e NATO, si stava battendo la via della ricostruzione dopo tante devastazioni. Il PCI, poi, ha sempre guardato con sfavore alla Divisione Acqui, rifiutando che l’eroismo anti-nazista potesse nascere anche tra chi facesse parte dell’esercito regolare, ritenendo i partigiani unici artefici della Resistenza all’invasione tedesca. Eppure i partigiani combattevano a casa, potevano, anche se con molte difficoltà, rivedere le loro famiglie: noi eravamo in un’isola lontana, inesperti, abbandonati dal governo del Sud alla nostra sorte senza alcun ordine o disposizione, nelle mani di un ex-alleato che ora ci stava dando la caccia al grido di “Italiani dovete morire!”; tutto quello che volevamo era difendere la nostra Patria da quello che si era improvvisamente rivelato come un nemico”.

Del resto quei giudici tedeschi che assolsero una prima volta la Wehrmacht chiamando i militari della Acqui “traditori”, recano le stesse giustificazioni che furono di Hitler, come ebbe a dire un grande amico di Ansaldi, il capo procuratore di Torino Giancarlo Caselli, uno dei pochi che non hanno mai abbandonato all’oblio dell’ignoranza e del tempo Ansaldi e la sua storia.

Non contando che si sia recentemente venuto a scoprire che la procura di Dortmund era guidata da un ex-nazista, appaiono quanto mai ridicole le accuse di tradimento, quando gran parte dell’Edelweiss (la divisione nazista di alpini artefice del massacro) fu reclutata tra quei residenti del Sud Tirolo che avevano richiesto l’annessione al Terzo Reich.

“Abbiamo dato la nostra vita per la libertà dell’Italia, e i discendenti di quelli che a Cefalonia massacrarono anche sacerdoti e volontari della Croce Rossa ci chiamano traditori; in Italia il nostro sacrificio viene dimenticato; io ho sempre avuto un peso sul cuore indicibile, appena tornato a casa: per anni non ho raccontato niente a nessuno, mi sono tenuto tutto il mio dolore dentro di me, ma ora voglio che tutti sappiano, ho trascorso gli ultimi anni a raccontare al mondo la verità su Cefalonia, ho scolpito con le mie mani il monumento in piazzale “Divisione Acqui” qua a Novi e ho invano chiesto un allacciamento idrico per poter innaffiare i fiori intorno al monumento che ora sono pressoché secchi, dal momento che, ad 86 anni, non riesco a portare l’acqua da casa personalmente come vorrei”.

Giuseppe Ansaldi era un eroe, ed è morto il 14 agosto 2012, una manciata di giorni prima che io prendessi l’aereo da Linate per Helsinki.

Ottimo e abbondante.

L’altro giorno su facebook vedo alcune immagini postate da alcuni studenti finlandesi, miei compagni di corso nell’università di Jyvaskyla.

Sono proprio i tipici finnici che puoi immaginarti, alti, biondi, occhi azzurrissimi, tratti somatici marcatamente “Suomi”. Sono in posa, con un fucile in mano. E una mimetica.

Prima foto di gruppo delle reclute, leva obbligatoria. In Finlandia c’è ancora, per tutti gli uomini. Nel Paese dove le donne sono più potenti degli uomini, mi stupirebbe non sentire tuttavia di una pretesa femminile alla parità anche nel servizio di leva.

Ridono, scherzano: la Finlandia è un Paese pacifico, non vedranno mai la guerra da vicino.  Eppure, in questo Paese così pacifico e tranquillo, ancora resta obbligatorio per tutti i maschi prestare un anno di servizio militare.

La Finlandia ha una storia travagliata, dolorosa, dalla recente indipendenza, nel 1918. Spartita nei secoli tra gli svedesi a ovest e i russi a est, due vicini di casa scomodi cui si aggiunsero pure i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale (Rovaniemi, cap0luogo della Lapponia, venne completamente distrutta dai tedeschi in ritirata nel 1944).

Sarà per colpa di tutto questo che i Finnici hanno sviluppato il Sisu, parola finlandese che significa “coraggio, determinazione, forza interiore”, caratteristiche che se convivi gomito a gomito con l’Impero Russo devi per forza avere e che si intravede tuttora nei sorpassi di Raikkonen.

Ma questo Sisu dove diavolo era quando quei coglionazzi si sbronzavano con me nei locali? Quando saltavano completamente umbriachi di vodka negli M-Building party? Che effetto vederli ora con il mitra e la mimetica.

In questo paese avanzatissimo, ancora si mantiene questa usanza che in tutti gli altri paesi moderni è ormai considerata superata. Personalmente ritengo una grande conquista l’aver eliminato l’obbligo di leva, ma chissà che non servisse effettivamente a cementare una nazione. Ci sono metodi migliori, senza dubbio, ma l’Albertone romanaccio e il Gassman milanese de La Grande Guerra restano macchiette indimenticabili di un’Italia che si univa nella cialtroneria (e anche in un umile e distaccato eroismo). Oggi niente più austriaci che “risalgono le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”, ma solo italiani sempre più bravi a costruire campanili sotto cui nascondersi e distinguersi dagli altri.

E mi chiedo quanti conoscano oggi la persona che ebbi la fortuna di intervistare anni fa, e i cui frutti di penna inesperta potrete leggere nel prossimo aggiornamento.

Dalla mortadella al culatello

L’elettore di sinistra sta davanti a un culatello di Parma.

Sì sì, per carità, è il re dei salumi, il gran visir dei prosciutti, il commissario municipale degli insaccati. Non si discute che sia ottimo, ben stagionato, pregiato, prodotto in appena 50mila esemplari l’anno. Frutto di una grande esperienza, di quelle meravigliose e generose terre parmensi, solo dalla parte più pregiata del prosciutto!

C’è dietro una lavorazione dalle radici secolari, una tradizione popolare, una cura nella salatura senza eguali, con certificazioni e marchi garantiti. Che sapori, che profumo… diciamocelo, che goduria!

Ecco però ho letto su internet che i commercianti ci mettono dentro il nitrato di sodio e potassio. Eppure ha tante certificazioni, è molto apprezzato dal marchio Slow food… E’ tutto così bello, così perfetto, così buono…

Mah, io non mi fido mica, stasera vado a mangiare al McDonald’s.

Come ti hanno trovato/ 2

WordPress è una bella piattaforma.

Perchè mi permette di trovare molte altre parole ricercate su google che in un modo o nell’altro hanno portato a questo blog.

Votate la vostra preferita!

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Come ti hanno trovato?

Essendo che questo è il blog più letto dopo quello di Grillo, incuriosisce sapere come il navigatore medio giunga a leggere i miei pensierini tramite robe tipo gugol.

E’ con non poca emozione che vi rivelo le parole chiave che nel 2012 maggiormente sono state inserite nei motori di ricerca per arrivare a questo blog.

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Apostasia del periodo di Mobilità studenti Erasmus

Perché si scrive? Cosa si scrive? Si scrive per ricordare, per la lista della spesa, per il 740, per memorizzare un numero di telefono, per mandare un civvù, per segnare sul calendario che giovedì vai dal medico.

Si scrive per scrivere, per passare il tempo, per scrivere e-mail a chi non ti risponde o sms d’ammore a chi non risponde perché è in altre faccende affaccendato.

Si scrive il romanzo della vita, si scrive il romanzo che non verrà mai pubblicato e quello che vende miGLIOni di copie. Si scrive di una caccia agli ebrei, di una caccia alla balena, o di caccia e basta. Di nani coi piedi pelosi, di monache zoccole, di chi vuol smettere di fumare, di chi aspetta il nemico che non arriva e di chi aspetta un tale ma il bello è nell’attesa e l’attesa non è neanche poi così bella, pensa te. Di chi va in barca con due amici e un cane, di autostop intergalattici, dei nidi di ragno e di quello che fa i puzzle con gli acquerelli e di quello che si crede Gesù e poi si strappa le palle, del barone che c’era due volte e di quello rampante. Di una sedia di ferro e di un giudice-penitente, di quello che si sveglia insetto, dell’albergo che uccide, del pozzo e del pendolo, dell’isola con i bambini e di quella del tesoro, della decima cosa che è un uomo che guarda e non uccide. Si scrivono 100 canti o 4 parole, si scrivono prese di Gerusalemme e resoconti dettagliati di vite sessuali a colpi di spazzola. Scrive Dante, scrive Moccia, scrive perfino Brosio. Con un po’ di aiuto ce l’hanno fatta anche Cassano e Ibrahimovic.

E poi “scrivo” io. Per esorcizzare il ritorno, perché non riesco più a stare fermo, perché mi brucia la terra sotto il culo e fa rabbia fermarsi che spostarsi è così facile oggi. E che spostarsi è stato così bello, un’intera esistenza in 4 mesi. Chi scrive guarda il calendario e legge 22/01, un mese esatto dal ritorno in Italia (o dalla partenza dalla Finlandia, a piacere).

Chi scrive è quello che “eh hai ragione ho mollato lì il blog, sai, la routine, poi oh c’erano i cazzi miei e non m’andava di scriverli online”. Chi scrive, scrive perché ne ha bisogno e pensa che tutto sommato ha ancora qualcosa da dire su quell’esperienza, che poi oh, ci sarà ben qualcosa di non personale che si possa raccontare di quanto successo dopo la metà di settembre (data dell’ultimo aggiornamento del presente blog, nota per i distratti e per chi legge nei ritagli dei tempi di caricamento di Youporn).

In fondo, si scrive per ricordare. Magari anche per rivivere. O forse solo per chiudere il cerchio, fermare su carta (virtuale) le proprie impressioni e metabolizzare la fine di un (bel) periodo della vita di chi scrive.

Si, insomma.

Si scrive.

Italia, 22/01/2013

Victus: una trilogia del rugby finlandese – pt. 3

Ci sono momenti in cui nella vita di un giocatore di rugby ti serve una voce di conforto, una parola di incoraggiamento detta tra primo e secondo tempo, la giusta indicazione di chi ha più esperienza di te per raddrizzare una partita storta. E’ quello che il giocatore – allenatore della mia squadra ha fatto.

Però l’ha detto in finlandese e io non ci ho capito un cazzo.

Si ricomincia con una pacca sulle spalle che interpreto come “arrangiati”. Ok. I primi 20 minuti resistiamo abbastanza bene e segniamo anche un paio di mete. Rubo un paio di palloni nei punti d’incontro, placco, ma non sono in giornata e stare fermo 4 mesi non aiuta le prestazioni sportive, specie se ti sbattono titolare e non riesci nemmeno a comunicare con i tuoi compagni. Perdiamo di una quindicina di punti, niente di troppo tragico. Poi il dramma.

Cartellino rosso per un mio compagno, beccato a dare un pestone coi tacchetti a un avversario a terra. Inutile la sua giustificazione “sì, gli ho preso la faccia ma non l’ho fatto apposta ad aprirgliela”. Con un uomo in meno e i cambi esauriti al 50’, le speranze sono poche. Mischia. Siamo un uomo in meno, quindi mi aspetto di fare una mischia a 7 invece che a 8 giocatori. In Italia in serie C si equilibra, si fa 3-2-2 senza terza centro e gli avversari si adeguano. Regola del cazzo, in A e B sono cazzi tuoi, si fa 8 contro 7 e suca. In Finlandia vige la stessa legge di riequilibrio, mi hanno detto. Mi aspetto di vedere il numero 8 avversario staccarsi, invece resta placido al suo posto, fiero dei suoi 140 chili. Invece guardo inorridito il nostro secondo centro che va a unirsi alla mischia. In pratica la regola inverte l’onere dell’equilibrio, e ti costringe a giocare la mischia a 8 e quindi ad avere un uomo in meno nei tre quarti. Una follia, che dapprima contesto molto italianamente urlando al centro di andare via, e poi accetto sconfitto, incredulo.

Negli ultimi minuti io boccheggio, i miei compagni pure. E’ un massacro, segnano 4 mete solo nell’ultimo quarto d’ora. Sconfitti, ma bella partita. Alla fine il saluto, molto simile a quello italiano, solo che qua nel corridoio invece di darsi il 5 è costume prendersi cameratescamente a pugni nello stomaco e ginocchiate nei coglioni. Finlandesi. Ma prima il discorso: i due capitani fanno un breve discorso in inglese su com’è andata la partita, su com’è stato bello giocare insieme, “è stata una partita dura”, “complimenti all’avversario”, ecc… Una salva di banalità mai viste prima, ma fanno colore e aiutano a mantenere il sangue freddo (come se sti finnici ne avessero bisogno) e capire che in fondo è solo un gioco e non vale la pena incazzarsi. Una lezioncina di etichetta rugbista, in salsa finlandese.

Terzo tempo? No, perché la gente domani lavora e la trasferta è lunga, ahimè. Doccia, mi asciugo con l’accappatoio e tutti mi guardano strano, poi cominciano a sfottermi “ma sei un puggile?” “eh?” “con quella roba addosso?” Viene fuori che in Finlandia nessuno usa l’accappatoio che è un capo esclusivamente infantile e tutti ripiegano su uno spartano ma virile asciugamano. Gli spiego che in Italia lo usano tutti e non ci credono, nemmeno il mio amico tedesco Hendrik.

Ritorno in pullman, discussioni del tenore della partenza (tette culi e donne zozzone). Alle 22 scendiamo a Jyvaskyla, il capitano mi ringrazia, si congratula per la partita e ci salutiamo. L’allenatore inglese mi dà uno strappo a casa. Lo passa a prendere la moglie finlandese, che partorirà tra pochi giorni. Quattro chiacchiere, lei è un ex universitaria quindi capisce la nostra vita da studenti estradati. Il mio amico è un boyscout in Germania, infatti si perde per tornare a casa. Troviamo la strada, fermati qua che scendiamo, grazie mille, kitos, sì qui va bene, grazie, grazie, buona sera, a presto.

L’ultima cosa è un momento di piccola poesia quotidiana dopo una giornata di botte. Facciamo pochi passi, mi volto indietro per salutarli, non sono ancora partiti. L’ultima cosa è l’allenatore ventottenne, inglese di Jyvaskyla, che bacia la futura madre di suo figlio in una fredda serata di un piccolo centro perso tra i laghi finlandesi.

Victus: una trilogia del rugby finlandese – pt. 2

Che poi in realtà non è ancora il fischio d’inizio perché c’è il briefing con l’arbitro. Le burocraticità italiche sono dimenticate in favore di un pragmatismo che funziona solo perché questo è un paese di boccaloni che non è in grado di fottersi l’un con l’altro com’è piacevole costume italiano. L’incapacità del finlandese medio di passare col rosso si riflette in tutti gli aspetti della vita sociale e associata finnica. Il finnico non è portoghese, il finnico non passa davanti in coda, il finnico non fa l’indiano. Il finnico perde il treno per dirti l’ora o per darti indicazioni stradali. Il finnico ti chiede se ti sei perso appena guardi la cartina. Il finnico non è un falso invalido e ama guidare forte ma paga multe proporzionali al reddito. Il finnico guida gli autobus notturni e se sbagli fermata e arrivi al capolinea ti porta a casa col bus (successo ad amici). Il finnico è leale e onesto a livello parossistico, tranne quando beve. Lì diventa un figlio di puttana. E contando che il finlandese medio si ubriaca tre giorni a settimana (venerdì, sabato e anche il mercoledì, il pikku lauantai, il piccolo sabato), il finlandese medio è un figlio di puttana per buona parte delle serate della sua vita.

Fortunatamente sembra che il finlandese quando fa l’arbitro di rugby non beva (ma non ci giurerei), quindi eccolo lì che prima della partita non controlla i cartellini dei giocatori perché si fida e preferisce metterci tutti in ginocchio per controllare la lunghezza e la pericolosità dei tacchetti. Inutile dire quale dei due controlli viene solitamente messo da parte nella burocratica Italia.

Il briefing è rapidissimo, fatto in inglese, lingua ufficiale degli arbitraggi finlandesi (“perché, amico finnico?” “Perché ci sono tanti stranieri che giocano a rugby, Marrrrco”).

Calcio d’inizio. Dopo 10 minuti comincio a accusare quasi un mese di sbronze. Peraltro i miei compagni in Italia stanno facendo la preparazione estiva, io semplicemente mi butto in campo dopo uno stop estivo di 4 mesi e sento di avere la capacità polmonare di Fantozzi. I ragazzi finnici sono in gamba, ci mettono impegno, ma sono davvero lenti. In mischia siamo superiori, ma nei trequarti sono dolori, quelli sono abbastanza veloci e per quanto cuore ci mettano a placcare, i miei compagni hanno qualche problema a riorganizzarsi.

Il gioco finlandese è in ogni caso basato principalmente sulle botte. E’ una specie di ritorno alle origini, una sublimazione, una catarsi del gioco della palla ovale in cui si gioca dal pilone alla terza centro, e i giocatori di movimento, dal mediano all’estremo, apparentemente hanno l’unico scopo di scendere in campo perché bisogna essere in 15 da regolamento. Tradotto per i neofiti: un fracco di botte. Botte da orbi, pick and go, maul, ruck assassine, spinte, palla al pilone, testa bassa e giù ad asfaltare. Di gioco al largo, schemi, inserimenti, manco a parlarne, qui è il rugby delle origini, l’Arcadia ovale, una rissa parzialmente regolamentata che non viene mai contaminata dalla pretesa assurda di giocare al largo e sfruttare gli spazi anziché buttarsi come bestie contro il più grosso per fare a testate.

Un etologo potrebbe studiare il comportamento di questa razza di cinghiali che si mette una maglia da rugby per confrontare il comportamento dei rugbisti finlandesi con i combattimenti dei cervi maschi per le donne. Ho detto che si danno tante botte, ma devo ammettere che tutto sommato i finlandesi sono rugbisti corretti. Il rugby finlandese è faticoso, logorante dal punto di vista fisico, ma colpi proibiti non se ne vedono molti e tutto rientra nella normale amministrazione di quello che succede nel buio della mischia.

Il gioco è minimale, essenziale, prendi palla e dentro a testa bassa. Non c’è molta organizzazione, e giocare solo di mischia è faticosissimo. Dopo mezz’ora, l’apertura non ha ancora calciato un pallone. Pare che conquistare una ventina di metri senza fatica non sia un’idea molto apprezzata in Finlandia. Ci sono momenti di black out mentale in campo: un mio compagno mi trattiene per la maglia in una ruck e io non riesco a correre dietro alla palla, lo maledico in italiano ma non molla e in campo aperto siamo un uomo in meno, meta. Leggero infortunio di un mio compagno che non può giocare più (acciacchi comuni, tra non professionisti), la panchina è cortissima e vabbè.

La mia maglia piace a molti, stavolta la trattiene con malizia un avversario e mi impedisce di continuare a giocare, maledico sua madre in italiano e lo tempesto di pugni dove capita, schiena, testa, mani, alla fine molla e posso finalmente continuare a giocare.

Verso il trentesimo del primo tempo un avversario non si rende conto di essere in ginocchio e prende una palla da terra, l’arbitro dapprima non fischia, lo insulto in italiano, non capisce però tutti cominciano a dirgli qualcosa (l’unico che urla sono io) e quindi fischia. Calcio di punizione per noi a metà campo. “beh dai ora calcio lungo, prendiamo una trentina di metri e andiamo in touche con palla nostra”.

Il mio compagno gioca alla mano a 50 metri dalla linea di meta.

Maledico ogni suo antenato lappone e corro dietro al pallone. Bel buco del nostro centro, avanzamento di una trentina di metri, placcaggio alto degli avversari, calcio di punizione per noi sui 22 avversari da posizione decentrata. Il nostro mediano che dimostra visibilmente 40 anni si incarica del tentativo. Pochi secondi di concentrazione, parte il tiro. Fuori. Il mio compagno prorompe in un clamoroso “PERKELE!!!” urlato con inusitata rabbia. Forse intimorito da tanta finnica furia, l’arbitro fischia la fine del primo tempo, avversari in vantaggio e il mio cuore si unisce a quello del mediano nella più comune imprecazione finlandese.

Perkele!

continua

Victus: una trilogia del rugby finlandese – pt. 1

La crudele sveglia suona impietosa alle 6.30 di una grigia domenica mattina. Deja vu di domeniche di campionato nella tristezza delle nebbie piemontesi affollano la mia mente, con la differenza che qua è tutto ancora più grigio. Scendo con ritardo di 10 minuti con fare tipicamente italiano e salgo sulla macchina del pilone finnico che ci dà uno strappo fino alla stazione dei pullman. Il mio amico Hendrik fatica a riconoscermi, non mi meraviglio, devo avere una faccia da sonno clamorosa. Arriviamo alla stazione dei pullman dove attendiamo il bus societario per Helsinki. A poco a poco arrivano tutti, anche il british trainer, che si dimostra un pazzo furioso ma anche un personaggio di tutto rispetto: ha sposato una finlandese e ora vive a Jyvaskyla facendo il muratore (e se tanto mi dà tanto, guadagnando circa tremila euro/mese, salari finnici). Ci sono pure le ragazze della squadra femminile, trasferta insieme, condividiamo il pullman e le spese del viaggio, una buona idea che sarebbe tranquillamente esportabile anche in terra italica, non fosse che ci piace troppo avere mille mila calendari diversi e complicarli tantissimo.

Si parte. Il più vecchio della squadra mi saluta calorosamente e simpaticamente “Marco Maccaroni!”. Mi siedo vicino all’albionico allenatore e si chiacchiera del più e del meno (ovvero di figa e di figa – “Caro Marco, le più troie sono le ragazze di Newcastle” “no ma zio britanno cioè ste finlandesi fanno cose pazzesche, hanno un talento naturale” “ti ricordo che sei su un pullman di finlandesi” “Marco, zono tuo amiko Hendrik, ankio avere amica finnica” “tu stai zitto” conclude l’anglo “che le vostre donne hanno i peli sotto le ascelle”). Questa profonda discussione pare non avere fine, e termina solo alla fermata in autogrill (alle 10 di mattina). Fortunatamente ho portato dei panini da casa, perché dentro l’enorme autogrill col prezzo di un panino e di una coca, in italia vado in una trattoria a mangiare pappardelle al sugo di cinghiale. Sono l’unico a fare l’italianata dei panini in tutto il pullman, sicchè mangio tristemente fuori tipo io non posso entrare, poi entro per un caffè in compagnia della squadra e li trovo che trangugiano hamburger e patatine fritte alle 10 di mattina, a poche ore dalla partita. Mi viene in mente quando una volta da ragazzino l’allenatore mi insultò perché pranzai con un panino alla cotoletta prima della partita, presumo che ci rimarrebbe secco a vedere questi buttare giù pollo fritto e onion rings. Bevo un merdoso caffè finnico e si riparte. Noto che sul pullman non ci sono molti contatti tra uomini e donne, stano tutti separati tipo elementari. Eppure le belle ragazze non mancano, nonostante lo sport sia ben poco femmineo. Un dubbio attraversa la mia mente, ma lo metto a tacere.

Il panorama si compone dei classici elementi già noti se seguite il blog: foreste, laghi, foreste. Solo ogni tanto, a interrompere questa monotonia, appare qualche lago, Se si è fortunati può capitare di vedere un albero. Le autostrade sono terribili. Monocorsia, lentissime, sembrano strade provinciali italiane. Ci vogliono 4 ore per percorrere 270 km.

Helsinki! Non aspettavo altro che vedere la città! Lo svincolo autostradale mi ascolta, modifica il suo percorso ed evita accuratamente la città e ci proietta diretti nella periferia, nei pressi di un mega centro sportivo al coperto con spogliatoi. Ci cambiamo e andiamo a vedere le donne che giocano prima di noi. Il campo è un prato casuale, le porte sono una specie di porta da calcio con prolungamenti verticali per farlo assomigliare a porte da rugby. Con risultati discutibili, siccome sono tutte storte, ma a quanto pare mettere dei plinti per il fissaggio a terra potrebbe scatenare l’apocalisse. Le ragazze giocano con grinta e cattiveria, dandosi clamorose mazzate, guardo dalle tribune con gli altri della squadra, azzardo un paio di battute sulle ragazze e un’enorme seconda linea finnica si gira verso di me e la sua risposta dimostra che tutti i miei dubbi erano fondati “tanto sono quasi tutte lesbiche”. Ammutolisco, pensando che tutto sommato l’omosessuale femmina da noi è praticamente inesistente, o perlomeno molto ben nascosto, mentre qua una città di manco centomila anime ne sfoggia noncurante una dozzina senza problema alcuno e senza le italiche battute del cazzo. Sto Paese freddo grigio e triste è cinquant’anni avanti a noi.

D’un tratto, segnale convenuto, si va nello spogliatoio, manca un’ora e mezza alla partita. Mi tesserano lì, tra gli asciugamani e le divise, col sottofondo odoroso di olio canforato, su un laptop scassato collegato via wireless (sottolineerei che siamo in mezzo al nulla, a svariati km dal centro della capitale) al sito della federazione finnica. Da questo momento sono tesserato presso la federazione finlandese di rugby. Manco il tempo di emozionarmi, mi sbattono addosso la maglia numero 6, e mi spiegano che siamo in Serie A e giochiamo contro la capolista. Ah, ok. L’atmosfera è molto tesa: i miei compagni non smettono un secondo di ridere, urlare, cazzeggiare, fare versi, fare scherzi, prendersi per il culo, lanciare le cose in giro. Le ore interminabili di concentrazione italiana? Il silenzio? Il raccoglimento pre partita? Ma figuriamoci, risate, urla e casino fino al fischio d’inizio. C’è un’atmosfera da scampagnata domenicale meravigliosa, sembra il rugby degli anni Sessanta (di cui io sono testimone diretto, peraltro). Li guardo incredulo, cerco conforto nel coach britannico “E’ il loro modo di concentrarsi. Alla fine vogliono fare così, li lascio fare. Qui è diversissimo dall’Italia e dall’Inghilterra”.

Fischio d’inizio. Continua.

Love elevator!

Il venerdì non ho lezione, andiamo a farci un giro in centro. Posteggiamo la bici ai margini dell’area pedonale, gli stalli sono tutti occupati, quindi parcheggiamo la bicicletta di fianco lle altre decine di bici parcheggiate. Non l’avessimo mai fatto. Tempo zero ci piombano contro due ausiliari del traffico con le pettorine fosforescenti che ci intimano di spostare le bici perchè lì non le possiamo parcheggiare. Gli ausiliari per le bici, cioè.

Allenamento del venerdì. Lo guida un allenatore inglese, di Kent, che parla con un accento incomprensibile, e devo farmi ripetere tutto due volte. Capisco molto meglio i finlandesi, il che è tutto dire. Ci si allena in un campo nuovo, sintetico, qua siamo al pionierimo, niente docce nè spogliatoi, ci si allena dove capita… C’è una passione forte, rara, quella che anni fa c’era anche in Italia per il rugby e ora con la continua crescita dell’ovale italico si sta via via stemperando verso una parvenza di professionalità. Qui invece se ne fottono, botte da orbi, risate e sano divertimento. Di fianco a noi le ragazze si allenano e si menano come non ci fosse un domani. Più in là altre ragazze che giocano a Lacrosse, strano sport (googlatevelo), strana gente.

Torniamo a casa e ci aspetta un altro M Building Party. Solita storia, sempre divertente, stavolta c’è pure un tema mascherato ad animali, me la sbrigo con due orecchie da topolino sulla testa, ma c’è chi ci si mette d’impegno. C’è anche chi si accontenta, come un mio amico tedesco, Tobias, s’infila sul cranio una scatola da birra perchè c’è stampato sopra un orso. Verso fine serata una tizia fa prendere l’ascensore per andare via e io la seguo al grido di LOVE ELEVATOOOORRR: lancio la moda, ben presto la gente piglia ragaze e caso per fare un giro sul love elevator, un succesone! Mi gonfio come un cinghiale perchè il giorno dopo non esco.

E’ sabato, ma la squadra di rugby di Jyvaskyla mi ha invitato per la trasferta di domenica ad Helsinki, e la partenza è fissata alle 7 di mattina… voglio godermi la prima trasferta, la mia prima partita di rugby in Finlandia, la trasferta nel pullman di finnici.

Si rivelerà un’epopea che inizia alle 7 di mattina e finisce alle 22, le cose da dire sono tante e serviranno un paio di aggiornamenti per descriverla compiutamente, quindi alla prossima! Moi!

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